“Io, medico al rione Tamburi li vedo morire uno dopo l’altro”

“Io, medico al rione Tamburi
li vedo morire uno dopo l’altro”
Due giorni fa la morte di un lavoratore dell’Ilva di 28 anni che era stato operato un anno fa. La malattia s’è ripresentata: lascia moglie e due figli.

L’ultimo paziente le è morto quasi tra le braccia. Aveva solo 28 anni, era un operaio dell’Ilva. Un’altra vittima del fronte sul quale la dottoressa Ivana Marraffa, tarantina, combatte da trent’anni. Lei, medico di base al rione Tamburi, la morte la guarda negli occhi tutti i giorni. E tutti i giorni maledice quelle ciminiere che sono fonte di dolore e malattia.

“Questo ragazzo – racconta – aveva scoperto un anno fa di essere malato.Dopo un intervento sembrava guarito. In dodici mesi, però, il cancro lo ha letteralmente divorato. La moglie e i suoi due figli sono disperati. Era diventato una larva. Due giorni fa ha smesso di soffrire”. Ivana ha visto morire tante persone, ma non ha fatto l’abitudine a vedere la gente distrutta e uccisa dal cancro. Quando il giovane paziente si è spento non ha resistito e ha sfogato il suo dolore su facebook. Così un dramma privato si è trasformato in una tragedia pubblica. Sfogo della rabbia di tutti. Del quartiere e della città. Ieri Aldo Ranieri, il leader del comitato dei lavoratori liberi e pensanti, ne ha parlato al microfono del suo Apecar. La folla si è commossa e gli occhi delle tute blu, anche di quelli dello zoccolo duro che difende la fabbrica ad ogni costo, sono diventati lucidi.

“Questa gente non la capisco. Accetta per sé e per i propri figli il rischio di ammalarsi e di morire per uno stipendio di poco più di 1300 euro al mese” – dice la dottoressa
Marraffa. “Ci litigo tutti i giorni – continua – ma loro rispondono soltanto che il lavoro è lavoro. E che è meglio morire di cancro che di fame. Perché di fame si muore prima. Ma non sempre è così”. Già perché col suo camice bianco ha assistito a storie di grandissima sofferenza. Storie di uomini che si sono consapevolmente sacrificati pur di portare a casa la pagnotta.

“Per anni ho seguito un gruppo di operai che lavorava in un reparto dell’Italsider. Li ho visti cadere sotto i colpi del cancro uno dopo l’altro. L’ultimo – dice con amarezza – l’ho salutato il mese scorso. Quando ha capito che non c’era più nulla da fare mi ha abbracciato e non ha aggiunto altro. Non ce n’era bisogno”. Nel quartiere Ivana Marraffa è conosciutissima come il marito Marcello Bellacicco, anche lui medico. Insieme conducono una trasmissione su una televisione locale. Davanti ai microfoni sognano una Taranto diversa, ispirata al suo nobile passato di capitale della Magna Grecia. “I tarantini – continua Ivana – hanno il difetto di non credere nelle loro possibilità. Sono intelligenti e pieni di qualità. Potrebbero essere i protagonisti del loro futuro e invece da sempre consegnano le chiavi dei loro sogni ad un padrone”.

(La Repubblica 28 settembre 2012)

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