Diario da Taranto – Quei fiori cresciuti nel deserto

di Greta Marraffa

“Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera”

P.Neruda

04NamibiaVitaParcoSesriem

Il viaggio è una raccolta di emozioni e di colori, suoni, sfumature da catalogare nella mente.  Il viaggiatore stanco, si ferma a descrivere e a dar forma alle immagini, disegnandole e trascrivendole nel suo diario: il taccuino che custodisce gelosamente, compagno di vita, silenzioso e pronto ad apprendere, senza interrompere.  Ogni volto, ogni sguardo ed ogni lacrima, sono parti di un racconto che il viaggiatore si limita a narrare con la semplicità e l’ingenuità di un bambino.

Mi chiamo Greta,  compirò  fra qualche settimana 22 anni, studio giurisprudenza alla facoltà di Taranto.

Ho sempre vissuto in questa terra bellissima, amo il mare e le sue coste, il sole che batte sui palazzi di prima mattina e il tepore delle giornate estive.  Ammiro con estrema meraviglia i suoi colori, la primavera dipinge di rosso porpora i volti della gente.  Vago in città con la mia adorata bicicletta, le strade sono trafficate, ma con la mia potente graziella riesco a percorrere lunghi e distesi tragitti. La bicicletta è romantica, proprio come il percorso che faccio ogni volta, quando mi dirigo verso l’università: alla mia sinistra una distesa azzurra di mare “infinito”, l’orizzonte e qualche peschereccio.

Il mio sguardo si distoglie improvvisamente: fumate nere, lingue di fuoco e nubi vaporose bianche come l’ovatta. Una distesa di cemento tre volte la mia città, circonda quasi completamente il suo perimetro.  La grande fabbrica è elemento imprescindibile del paesaggio. Uno scenario novecentesco, una fabbrica rudimentale e anacronistica incupisce uno scenario sfarzoso e colorato.

In questa triste storia, i nemici hanno volti, nomi e cognomi: sono i rappresentanti delle istituzioni, del potere spirituale e anche rappresentanti dell’ordine pubblico: tante marionette carnevalesche, mosse come pedine, in una trama di intrecci macabri e grotteschi.  E ci sono mazzette, indagati, accuse di genocidio e disastro ambientale.

Dall’altra parte c’è una città violentata ed offesa. Ci sono i suoi morti, i fiori più belli, strappati impetuosamente . Le statistiche non mentono:  sono evidenti  le connessioni,  dei decessi per malattie respiratorie e tumorali, all’attività inquinante della grande fabbrica.

In questa terra dimenticata da tutti, nel “meridione del meridione”, alla periferia dell’impero, si gioca una battaglia importante.  Laboratorio e palestra della pratica e della mobilitazione cittadina “dal basso”, l’estate tarantina si è caratterizza di suoni, colori, sorrisi e nuove forme e sperimentazioni di democrazia partecipata.

“Basta ricatti, si ai diritti”, non è un semplice slogan, ma una battaglia e una filosofia di vita. La dicotomia ambiente/lavoro che attanaglia le sorti di questa città, è il conflitto che riflette le contraddizioni e il fallimento di un sistema economico ormai giunto al suo capolinea.

E poi c’è “U’ trerote”, simbolo della protesta, della rivolta popolare, barcollante, precario ma resistente, fedele rappresentazione metaforica delle nostre vite. Reclama e rivendica il diritto alla salute, il diritto di lavorare dignitosamente e propone con forza un cambiamento radicale della città e delle politiche che hanno da sempre governato e demolito questa terra ricca di storia e cultura.

La città è in tumulto. L’esasperazione si trasforma in rabbia e in proposta. Una città per troppo tempo preda di mercenari e sciacalli, terra di conquista, sottoposta a processi di speculazione e di sfruttamento, è stanca di subire e di rimanere in silenzio. Si accendono focolai di speranza e di cambiamento. “Basta delegare, ci riprendiamo il nostro futuro e le nostre esistenze”. “ Qui non si decide più nulla senza di noi”- così afferma un operaio Ilva, durante l’irruzione presso il centro studi Ilva, rivolgendosi a Ferrante( presidente dello stabilimento).

La piazza è eterogena, non la si può controllare.  E’ un movimento di pancia, non un copione teatrale, concordato e prestabilito. Ogni volto, ogni sguardo ed ogni ruga narra la sofferenza di tante generazioni, colpite direttamente dalla presenza del colosso industriale. Una presenza che non ha concesso di poter neanche immaginare un mondo ed una città diversa: il fumo grigio ha annebbiato per tanto, troppo tempo le coscienze e anche la fantasia di un popolo intero.

Alcuni la definiscono una città dimenticata da Dio. E il tornado che si abbatte sul cuore dello stabilimento e distrugge le scuole e le abitazioni del quartiere cittadino adiacente, stimola isterismi e facili conclusioni.

E quella maledetta tromba d’aria, ha strappato via un pezzo di cuore ad ognuno di noi.

Francesco Zaccaria, operaio Ilva, gruista, era di spalle e non ha fatto in tempo a scappar via. L’ira della natura l’ha trasportato in mare. Le onde minacciose e in tempesta custodiscono ancora  la sua anima. Lutto cittadino, silenzio, brividi e tanta disperazione che si aggiungono ad un sentimento di estrema indignazione.

Dalle indagini della Procura emergono le intercettazioni. La rete di relazioni tra i vertici dello stabilimento e l’intero tessuto sociale ionico, intreccia uno scenario ricco di colpi di scena.  Ciò che desta scalpore è il possibile coinvolgimento di uomini di chiesa e forze dell’ordine: pressione sociale e  segretezza in cambio di favori economici e lavorativi.

Ma ciò che più accende la mia attenzione, è il colloquio telefonico tra Archinà e un responsabile della digos di Taranto, in cui si discute dello sgombero del centro sociale Cloro Rosso, spazio e luogo di aggregazione e  di produzione di attività culturali, avvenuto qualche anno fa. Tante sono le coincidenze e le pressioni dietro quell’atto politico e spietato. Paradossale come, dopo quello sgombero le istituzioni locali, ritennero di aver ripristinato la legalità, in una città dove il senso di legalità e di giustizia è un optional per i grandi imprenditori e capitalisti.

C’è infine, chi rimane in questa terra e continuare a combattere. Questi sono i fiori più belli e resistenti, perché cresciuti nel deserto.

http://www.mediapolitika.com/?p=6401

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