Essere giornalisti a Taranto

di Serena Mancini e Serena Miccoli

Tra i vari scandali che negli ultimi mesi hanno visto protagonista l’Ilva quello più sconvolgente riguarda probabilmente i presunti accordi tra Archinà, fiduciario della famiglia Riva, e alcune note testate joniche. Dalle intercettazioni telefoniche si evincerebbe infatti come, in diverse occasioni, importanti nomi del giornalismo tarantino abbiamo nascosto all’opinione pubblica la reale entità della problematica ambientale. Si tratta di una notizia che a livello locale ha certamente turbato una grossa fetta della cittadinanza, che spesso era solita affidarsi ai giornali o alle emittenti televisive locali per essere aggiornata sulle “faccende di casa propria”; ma si tratta soprattutto di una vicenda che inevitabilmente spinge ad una riflessione globale sul mondo dell’informazione. Chi sono i nostri giornalisti? Com’è possibile che il potere di condizionare le opinioni collettive venga affidato a personaggi di così basso spessore morale? Secondo la “Carta dei doveri del giornalista” sottoscritta dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana il dovere di verità è da considerarsi un “obbligo inderogabile” perché “un’informazione che occulta o distorce la realtà dei fatti impedisce alla collettività un consapevole esercizio della propria sovranità”. Ciò significa dunque che un giornalista degno di tale titolo deve sempre ricordarsi di avere delle responsabilità importanti nei confronti dei cittadini e lottare per assicurare loro un’informazione veritiera.

Ma come si diventa giornalista? Il nostro Paese prevede l’iscrizione all’ordine dei giornalisti, suddiviso in due elenchi: quello dei pubblicisti e quello dei professionisti. Per l’iscrizione al primo è sufficiente dimostrare di aver svolto per un biennio collaborazioni continuative e retribuite presso una testata regolarmente registrata. Per l’iscrizione al secondo invece è necessario svolgere un praticantato di 18 mesi presso una qualsiasi redazione o, in alternativa, frequentare una scuola biennale di giornalismo riconosciuta dall’ordine (i prezzi si aggirano intorno ai 5/6 mila euro l’anno). Trascorso questo periodo l’aspirante giornalista potrà sostenere un esame per entrare a far parte dell’Ordine dei giornalisti. Detto così sembra tutto molto facile, ma in realtà questo percorso nasconde molti “lati oscuri”.

Come ci riferisce Francesca Rana co.co.co. per Nuovo Quotidiano di Puglia dal 2001: «Nel nostro mondo sono all’ordine del giorno la precarietà e lo sfruttamento dei pubblicisti che sperano di poter giungere al praticantato.»

«Sono giornalista pubblicista dal 2001 e scrivo dal ’98. Aspiro al praticantato di 18 mesi da già 14 anni di professionismo di fatto» – scrive nella sua descrizione su Twitter. Francesca conosce bene la condizione dei professionisti dell’informazione.

«A Taranto il motore dell’informazione nelle testate locali sono proprio gli aspiranti praticanti: il fenomeno è diffuso in tutt’Italia, ma in periferia, lontano dai grandi centri come Milano, Torino, Roma, la situazione “triste” costituisce “la norma”. Esistono varie situazioni: ci sono i co.co.co. – nel giornalismo esistono ancora – come me; quelli che hanno la partita Iva e vengono pagati “a pezzo” (a volte, 4/5 euro invece di cifre ben più alte, proporzionate ai compensi dei giornalisti contrattualizzati, garantiti); quelli pagati con cessione di diritto d’autore e quelli che lavorano gratis».

Ma se a Taranto la maggior parte dei giornalisti lavora gratis perché nessuno si espone? Perché nessuno denuncia questa condizione?

«La situazione di chi scrive gratis è abbastanza problematica, perché comporta concorrenza sleale e una vera e propria lotta fra poveri – quello della guerra fra poveri è un motivo frequente anche fra pubblicisti aspiranti al praticantato di 18 mesi. La causa di tanta omertà può dipendere da vari fattori: l’entusiasmo iniziale di chi si avvicina all’informazione, che fa passare in secondo piano la regolarità contrattuale, rispetto all’esigenza di una maggiore visibilità; l’accettazione di chi sa ma ancora non riesce a venire fuori dalla delusione; la possibilità di fare causa. In passato è successo infatti che coloro che fossero legati ad un contratto part time (art.36) facendo causa, abbiano “ricevuto la grazia” del praticantato d’ufficio».

Per cercare di rimediare al problema delle collaborazioni gratuite è stata recentemente approvata una norma sull’equo compenso per i giornalisti freelance e per i collaboratori autonomi. Il testo si compone di cinque articoli e prevede la nascita di una commissione che svolga due funzioni fondamentali: definire la corretta retribuzione dei giornalisti «non titolari di rapporto di lavoro subordinato con quotidiani e con periodici, anche telematici, con agenzie di stampa e con emittenti radiotelevisive», sulla base della natura e delle caratteristiche della loro prestazione, nonché in “coerenza con i parametri previsti dalla contrattazione collettiva nazionale”, e redigere un elenco delle testate virtuose che saranno le sole a poter beneficiare di contributi pubblici. Questo dovrebbe incentivare le testate a retribuire regolarmente i propri giornalisti e quindi dovrebbe evitare altri casi di prestazioni gratuite. Si apre così uno spiraglio di garanzie, un primo passo per altre rivendicazioni, per una categoria le cui condizioni lavorative sono state accostate, in questi giorni, da Giulietti (Articolo21) a vere e proprie «forme di caporalato».

http://www.siderlandia.it/?p=7921

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