Il presepe di Don Armando e l’ILVA

Ho contattato Don Armando perchè ho trovato la sua attenzione nei confronti di Taranto e dell’ILVA incredibilmente sorprendente. Già perchè noi tarantini siamo abituati a non esssere considerati da nessuno, siamo abituati al silenzio dello Stato, abituati all’indifferenza del Centro e del Nord Italia, siamo abituati all’indifferenza di certa curia… Essere ricordati in un modo così incisivo mi ha commosso. Don Armando è stato subito disponibile inviandomi le fotografie e la scheda  esposta accanto al presepe, stampata e distribuita  per la gente che viene a visirtarlo.

questa la chiusa della Sua e mail

Vi sono vicino.
don Armando

Don Armando Zappolini

Don Armando Zappolini

ILVA di TARANTO:

BENE PRIVATO, MALE COMUNE

Il colosso d’acciaio che avvelena una città.

Don Armando Zappolini

Don Armando Zappolini

E’ il più grande stabilimento siderurgico d’Europa per la lavorazione dell’acciaio.

Nato nel 1964 come Italsider lo stabilimento è passato nelle mani dell’industriale Emilio Riva nel 1995. Per l’Ilva sono cinquant’anni di produzione e inquinamento.

Ordinanza di sequestro degli impianti e arresto dei dirigenti

Il 26 luglio 2012 il GIP di Taranto ha disposto il sequestro dell’intera area a caldo dell’Ilva.

Nell’ordinanza il GIP conclude che “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza“.

Oltre il sequestro degli impianti, il GIP ha disposto gli arresti di Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010, del figlio Nicola Riva, succedutogli nella carica e dimessosi pochi giorni prima dell’arresto, dell’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, del dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio.

Queste le ipotesi di accusa basate su due perizie (chimica ed epidemiologica) depositate nel 2012 presso la Procura della Repubblica di Taranto:

–      disastro colposo e doloso,

–      avvelenamento di sostanze alimentari,

–      omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro,

–      danneggiamento aggravato di beni pubblici,

–      getto e sversamento di sostanze pericolose,

–      inquinamento atmosferico

Risultati della perizia epidemiologica su un periodo di osservazione di 7 anni:

  • 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie;
  • un totale di 26.999 ricoveri, con una media di 3.857 ricoveri all’anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari.

Esiti sanitari per cui esiste una “forte evidenza scientifica” di possibile danno dovuto alle emissioni del siderurgico:

patologie cardiovascolari;              patologie respiratorie, in particolare per i bambini;

tumori maligni in generale;            tumori in età pediatrica (0-14 anni);

tumore della laringe;                    tumore del polmone;

tumore della pleura;                    tumore della vescica;

tumore del tessuto connettivo;    tumore dei tessuti molli;

linfomi non-Hodgkin;                    leucemie.

Soldi pubblici stanziati dal governo per risanare e bonificare Taranto

(sottratti ad altri importanti capitoli di spesa pubblica):

336 milioni di euro, di cui:

  • 70 concessi a tasso agevolato e tolti agli investimenti previsti per le fonti rinnovabili per l’attuazione del protocollo di Kyoto
  • 90 sottratti al programma di ricerca e competitività
  • 110 sottratti al Fondo Sviluppo e Coesione della Regione Puglia

Soldi stanziati dalla famiglia Riva, proprietaria di Ilva, per rimediare ai danni da essa prodotti 0 euro, nonostante che:

  • l’Ilva abbia avuto utili negli ultimi 3 anni
  • il bilancio del 2011 si sia chiuso con numeri eccezionali: oltre 10 miliardi di euro di fatturato e 327 milioni di utili per un gruppo con una patrimonializzazione di 4,2 miliardi di euro
  • la situazione dello scorso anno sia stata così positiva che anche la capogruppo, la Riva Fire Spa, la holding di famiglia che controlla le varie scatole aziendali, tra cui l’Ilva, ha potuto presentare un bilancio con utili triplicati rispetto al 2010: da 10,3 a 31,5 milioni.

Non solo Ilva

In Italia si calcola che i siti potenzialmente inquinati siano circa 13 mila e di questi 1.500 impianti minerari abbandonati, 6 mila e 500 ancora da indagare e 5 mila sicuramente da bonificare. Poco meno di 13 mila siti sono di competenza regionale (dai distributori di benzina alle piccole fabbriche che lavorano i combustibili) mentre 57 sono sotto la giurisdizione statale. Questi ultimi sono definiti Siti di Interesse Nazionale.

L’estensione territoriale dei 57 Siti di Interesse Nazionale, che varia dai pochi ettari ai 442.573 del Sulcis, interessa 821 mila ettari di “aree di terra” e 340 mila “di mare”. In totale il 3% del territorio nazionale, ma il 12% del territorio di pianura e addirittura quasi il 35% di quello urbanizzato, un’estensione enorme di territorio inquinato e indisponibile.

Un’indagine di ricercatori coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità ha analizzato le decine di siti industriali che mettono a rischio la salute di lavoratori e abitanti. Per la bonifica bisognerebbe spendere 30 miliardi di euro, ma il Ministero dell’Ambiente mette a disposizione solo 164 milioni. Le aziende non si sentono responsabili e bloccano le richieste di intervento dell’amministrazione pubblica.

Gli effetti sulla salute dei lavoratori e dei cittadini. Nei siti inquinati e nelle aree limitrofe, come hanno dimostrato le indagini della magistratura, dell’Istituto Superiore di Sanità, e i controlli delle Agenzie regionali per l’ambiente (Arpa), la sicurezza e la salute dei lavoratori e dei cittadini sono in condizioni di rischio permanente. La conferma arriva dai risultati dell’indagine “Sentieri”, promossa dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Un lavoro durato quattro anni, dal 2007 al 2010, condotto da un gruppo di 32 studiosi appartenenti a diverse istituzioni scientifiche, dall’Iss al centro europeo ambiente e salute dell’Oms, dal dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio al Consiglio nazionale delle Ricerche di Pisa e dall’università la Sapienza di Roma. La ricerca ha analizzato con una metodologia omogenea la mortalità per 63 gruppi di cause, nel periodo 1995-2002, sulle popolazioni residenti in 44 SIN, per un totale di 6 milioni di persone, in 298 Comuni.
Ecco qualche numero. Nei poli petrolchimici, 643 morti in eccesso per tumore polmonare, 135 per malattie non tumorali dell’apparato respiratorio. Nelle aree con presenza di impianti chimici, 184 casi in eccesso per tumore al fegato. L’amianto rimane un drammatico fattore di rischio, in particolare per il “mesotelioma pleurico”: nei 12 siti analizzati si sono registrati 416 casi di tumore maligno della pleura in più rispetto alla media attesa. E questi sono solo alcuni risultati di una lunga e drammatica lista di morti e disperazione.

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