“Perché la polizia non carica?”. La fine del sindacato all’Ilva

Il racconto dall’interno dell’Ilva, fatto da ex delegati Fiom in rivolta contro la complicità della “triplice” locale con padron Riva. Fino alla domanda fatale della Camusso durante la contestazione “Apecar” a Taranto.

“Perché la polizia non carica?”. Alcuni attivisti cittadini e lavoratori hanno sentito esclamare questa frase alla segretaria nazionale CGIL, Susanna Camusoo, sul palco in piazza della Vittoria a Taranto, il 2 agosto scorso,  quando l’Apecar si è fatto strada tra la folla interrompendo il discorso di Landini.
Un’esclamazione che esprime sinteticamente la contrapposizione tra Ilva-“sindacato” da un lato e cittadini-lavoratori dall’altro che si percepisce a Taranto. Ciò a dispetto dei tentativi di mettere cittadini e operai, diritto alla salute e diritto al lavoro, gli uni contro gli altri creando una situazione di ricatto. In ciò i tarantini sono stati intelligenti a non cadere nella trappola nonostante tale rischio ci si stato ad esempio nelle occupazioni della città di Taranto da parte di migliaia di operai avvenute nel corso del 2012 realizzate con il benvolere dell’azienda o gestite direttamente da questa, senza neppure indizione di sciopero, lasciando gli operai in libera uscita, quasi fossero animali in gabbia, fornendo il “kit del manifestante” con trombette, bombolette e striscioni, come è avvenuto il 30 marzo 2012 a seguito della chiusura delle due perizie sull’Ilva avviate dal tribunale tarantino.

Fa più volte riferimento al “sindacato” Cataldo Ranieri nel suo intervento a Bologna, presso la Scuola Popolare “Ivan Ilich” l’1 dicembre scorso, e quando gli chiedo a quale sindacato si riferisca, lui risponde quasi pronunziando uno scioglilingua con tono scontato: “FimFiomUilm”. Cataldo Ranieri, operaio Ilva e attivista del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, era delegato Fiom in Ilva. Si è dimesso dal suo incarico a seguito di un accordo che lui e altri delegati hanno rifiutato di firmare, risalente a febbraio 2007, tra Ilva e i tre segretari provinciali di Fim, Uilm, Fiom, raggiunto in conseguenza delle numerose denunce arrivate all’ASL proprio a firma di coloro che allora erano i delegati Fiom aziendali.
Si tratta di un accordo che di fatto impedisce la denuncia agli enti esterni imponendo la procedura di raffreddamento, ciò in cambio della concessione di sei RLS in più tra i lavoratori, un totale di dodici RLS con le mani legate nelle situazioni di emergenza e rischio.

Ranieri ci descrive la giornata tipo dell’operaio Ilva, “otto ore di spremuta di uomo” a cui bisogna aggiungere altre due ore necessarie per gli spostamenti in azienda all’arrivo e all’uscita. Per questa situazione “il sindacato ha fatto una battaglia di tre anni senza un’ora di sciopero, ottenendo 1 euro e 90 lorde al giorno e un arretrato di 1.800 euro in due trance però con la rinuncia a tutte le eventuali cause future su questo argomento” dice Ranieri.

In questi giorni l’Ilva sta minacciando di non pagare il mese di dicembre a dodicimila lavoratori poiché, spiega Ferrante, ci sono problemi di liquidità a causa del materiale sequestrato dalla magistratura. Il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti riporta sulla pagina facebook quanto affermato da Panarelli, segretario provinciale della Fim Cisl di Taranto, in proposito: “Io mi auguro che l’azienda mantenga, pur in presenza di questa grande difficoltà, che capiamo perfettamente, l’impegno di pagare il 12 gennaio le retribuzioni ai dipendenti. Non ho più questa certezza dopo il parere negativo espresso ieri dalla procura allo sblocco dei prodotti giacenti in magazzino. Non a caso chiediamo un incontro urgente per capire quale sarà l’atteggiamento dell’azienda”.

Risulta imbarazzante questa sorta di solidarietà da parte di un sindacato nei riguardi dell’azienda e non si può non condividere il commento del Comitato: “un sindacalista non dovrebbe augurarsi che l’azienda paghi gli stipendi entro i termini previsti, dovrebbe PRETENDERLO”.

Quali pretese del resto ci si può aspettare da parte del “sindacato” che non ha indetto neppure un’ora di sciopero quando il 30 ottobre scorso è morto Claudio Marsella, 29enne di Oria, schiacciato da un carrello nell’area Mof (Mobilitazione ferroviaria) dell’Ilva.

Un accordo sindacale aveva ridotto, sul posto di lavoro in cui era Claudio, il personale da due ad un’unità. Si tratta di un posto di lavoro a forte rischio, un posto isolato nel quale, se si perde coscienza, prima che ti ritrovino sei già morto. Riferisce Ranieri che a seguito di questa ennesima morte c’è stato un presidio in piazza Bettolo sotto il palazzo del “sindacato” (CGIL, CISL, UIL) per chiedere una spiegazione. Nessuno dei tre ha voluto incontrare il Comitato e per protesta si è deciso di entrare nel palazzo, “occupando semplicemente le scale” precisa Ranieri.

La risposta dal palazzo non si è fatta attendere, infatti il giorno dopo Bonanni ha scritto una lettera al ministro dell’Interno Cancellieri chiedendole “una maggiore vigilanza per contrastare queste estreme forme di contestazione”.

È stata invece l’USB a indire lo sciopero in conseguenza della morte di Marsella. Lorenzo Semeraro dell’USB, intervenuto in un incontro a Cisternino (BR) il 29 dicembre presso il circolo Arci “Alter”, spiega che l’USB è una presenza nuova all’interno dell’Ilva, entrata soprattutto a seguito della vertenza del Mof, poiché la morte di Claudio non è stata una fatalità, ma conseguenza dell’accordo sindacale del 10 novembre 2010 fatto a scapito della sicurezza.

L’USB ha contestato l’accordo, ha attivato una mobilitazione durata 15 giorni conclusasi con un documento stilato con la presidenza regionale di cui, dopo numerose prese in giro da varie istituzioni, si attendono sviluppi. Semeraro afferma “Fim, Fiom e Uilm non recedono da questo accordo, sarebbe un’autodenuncia in quanto lo hanno siglato”. Sembra, però, che di accordi siglati dal “sindacato” con l’azienda, ce ne sia anche un altro interessante.

I portavoce del Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti riferiscono che quando l’Ilva è subentrata allo Stato nel ’95, ha preferito trasferire la gestione del circolo dopolavoro, la masseria Vaccarella, a Fim, Uilm e Fiom fornendo anche i soldi necessari. I sindacati coinvolti hanno creato allo scopo la Fondazione del Vivere Solidale a cui l’azienda si è impegnata a versare ogni anno una somma consistente. Il verbale di intesa, risalente al 1996, parla di 1 miliardo e 600 milioni di lire nel primo anno di gestione, tale cifra si riduce leggermente ogni anno fino ad arrivare a 850 milioni di lire dal sesto anno in poi. Svariati milioni di euro insomma dall’Ilva alla controparte (!) per un circolo dopolavoro del quale pare che gli stessi lavoratori non conoscano neppure l’esistenza.

Alla richiesta di incontro con i sindacati coinvolti nell’accordo il Comitato ha ricevuto rifiuti, ma nel frattempo pare che Donato Stefanelli, nuovo segretario locale della Fiom, abbia avuto un ripensamento e ad agosto scorso ha dichiarato che “l’accordo con l’Ilva per il circolo Vaccarella va ridiscusso” e che “il sindacato deve tornare a fare il sindacato”.

Un’illuminazione determinante per chi fa attività sindacale, ma che ha un sapore amaro tanto quanto la storia di Massimo Battista che presso il circolo Vaccarella ci lavora. Battista, operaio Ilva, ex-delegato Fiom, a causa della sua attività sindacale nell’azienda da oltre cinque anni è isolato, demansionato e incaricato letteralmente a contare le barche.

http://www.youtube.com/watch?v=a5DANh0xALY (“Conta le barche – La vera storia di Massimo Battista)

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