A capo chino e col broncio

di Tiberio Faedi
Chiede scusa. Un perdono recuperato. Un si riaccomodi signorina, tanto lo sapevamo e nonostante l’esperienza lei ci sorprende sempre. A capo chino e col broncio, tipo labbro inferiore sporgente e punta del naso all’indietro. Aveva promesso e ha sbagliato chi le ha creduto. Non è capace di prendersi una piccola vacanza, può solo accettare le dimissioni irrevocabili, revocabili su invito a merenda, da se stessa. Se solo fosse capace, ma non è brava in niente e si impegna pure nella pratica delle sue incapacità che prende sul serio fino a metà. Poi dimentica, alza la mano destra e chiede se può uscire un momento per andare in un’altra stanza, a far finta di pensarci su. Per dare soddisfazioni a chi le chiede prove di volontà, a lei, che non ne azzecca nemmeno una per dispetto. Si, è colpa sua, ma ci sono delle pene anche per chi le ha dato retta. Già ha le spalle provate dai pentimenti che le hanno imposto, non possiamo chiederle di espiare pure per i suoi dipendenti. Anzi, se guadiamo le cose dal suo punto di vista, la colpa è solo nostra. E’ così affascinante da finta innocente e noi vorremmo privarla del sorriso da smorfiosa, del guardi che non sono stata io? E’ facile con lei, non bisogna mai crederle. Non è bugiarda, solo confusa, sin dai tempi delle favole. Dapprima le parevano burle, ma quando ha scoperto che tutte finivano bene ci ha creduto. Poi gliene hanno raccontate altre da grande, ma erano avventure mediocri, i narratori insufficienti, i finali mica belli. Si è reinventata, ha scoperto che mettendosi davanti allo specchio, con uno specchio in mano, tutte quelle figure in scale differenti sono quelle che vuole essere, ognuna con il suo cappello. Non cita l’infinito perché è esagerato e non è mai stata brava in scienza e fede. Preferisce ascoltare quello che le dice la terza lei che

vede in sequenza, preferita a caso. Ora si tratta solo di liberare la prescelta. Impossibile per noialtri. Liberarci, di lei. Chissà con quanta pazienza si profuma, avendo a che fare con chi è lì a fare l’adorato non richiesto, il protettivo che la stufa, il generoso mai abbastanza. Non capisce il motivo di tutto questo darsi da fare, per arrivare a capire qualcosa, quando si potrebbe andare al mare. Ma distesi sulla sabbia, a pancia in giù e fronte bassa. Niente tramonti, onde, gabbiani, parole scritte sul bagnasciuga, sguardi ispirati verso l’orizzonte. Nessuna facile cartolina. Si sta lì, sdraiati, immobili, zitti, trattenendo il respiro. Aspetta l’alta marea e si fa portare via, senza reagire, non fa la furba, sa che è così che ci si arrende alla natura, non si sta comodi sulla spuma, si viene trascinati e arrivederci. Andare e tornare, senza prendere impegni, che per mantenerli bisogna proprio crederci, e lei fa fatica anche solo a convincersi di sapere riflettere su di un commiato preparato bene. Lo aveva studiato, ha fatto le prove, si è messa elegante. Ben recitato, movimenti sciolti, un’espressione da afflitta per capriccio. Peggio per noi, colpevoli di farla andare via, ogni volta, lei che vorrebbe essere fermata con uno slancio tanto potente da cadere in due, sul tappeto che ha steso in precedenza. Prima del sipario, l’orchestra è pronta, il pubblico silenzioso e la prima attrice non si decide ad andarsene prendendo l’ingresso principale. E’ andata così e ora siamo tutti in fila, sul luogo della sua villeggiatura. Aspettiamo che dall’altra parte ce la restituiscano. Di ritorno dal viaggio è sempre euforica come una redenta, prontissima a ricascarci. “Ho un sacco di cose da raccontarti! Tutte belle, tutte vere, vuoi provare a crederci?”.

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