L’anno zero dell’acciaio dopo l’Ilva ora il nodo è far aggregare le imprese

PICCOLI, NON HANNO SPALLE ABBASTANZA LARGHE. RIDURRE IL PESO DELLE PRODUZIONI LEGATE ALLE COSTRUZIONI. STABILIMENTI DA CHIUDERE O RICONVERTIRE

Paolo Possamai

Trieste I destini dell’industria siderurgica italiana sono nelle mani di Angela Merkel, per almeno un paio di buoni motivi. Materia concreta, niente fumisterie politiche. Il primo ha a che vedere con il cambio euro/dollaro, tanto elevato che implica una micidiale barriera alle esportazioni made in Europe. Il secondo chiama in causa una ormai conclamata strutturale sovra- capacità produttiva, con le conseguenti politiche di ristrutturazione del settore. «L’Action plan elaborato dal commissario europeo Tajani fa emergere le diverse posizioni: da una parte quasi tutti i Paesi dell’Unione che vogliono una politica europea attiva per la siderurgia; dall’altra parte, Germania Olanda e Finlandia che non vogliono interventi. Ma di fronte a una crisi gravissima, servono razionalizzazioni di sistema», sostiene Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e amministratore delegato di Duferco Group. Gozzi aggiunge che «vi è la diffusa sensazione che la Germania non voglia politiche industriali europee, perché se le fa da sola e non vuole rafforzare i concorrenti. Ma l’Ue non può essere fatta solo dalla Germania, senza un minimo di solidarietà l’Unione non ha senso e, nel merito, sarebbe assai utile usare i fondi sociali europei per assorbire gli effetti della crisi». A completare concetto e analisi, viene la voce di Giovanni Arvedi, figura storica della siderurgia tricolore, secondo il quale «posto che Merkel non ci ama, non vuole ridiscutere il cambio euro/dollaro anche

per non dare un vantaggio ai concorrenti della Germania, in primis a noi italiani. I tedeschi sentono assai meno di noi un differenziale di cambio che vale il 35%, perché esportano impianti e tecnologie, macchinari e processi, mentre noi di norma siamo forti sui prodotti di trasformazione, i più esposti al fattore prezzo. L’Europa nei prossimi anni mi appare destinata a produrre solo prodotti di alta qualità, non siamo più in grado di competere sul resto causa i costi di energia, personale, logistica, finanziari. Prima ne prendiamo atto e agiamo di conseguenza, più limiteremo i danni in primis alle nostre esportazioni». La valvola delle esportazioni è vitale. La questione emerge con evidenza andando oltre la prima cifra delle statistiche 2012: se il volume della produzione è risultato in calo del 5,2% (27,2 milioni di tonnellate), il “consumo apparente” è caduto addirittura del 20,4% rispetto al 2011. Il “consumo apparente” è costruito dalla somma tra produzione interna e importazioni, alla quale vanno sottratte le esportazioni: misura la richiesta di acciaio da parte del mercato italiano. In sostanza, l’export lo scorso anno ha salvato per l’Italia il settore siderurgia. E il dato di sintesi finale, dunque, tiene conto delle migliaia di caschetti gialli appoggiati dagli edili in piazza Affari la scorsa settimana, tiene conto del crollo della produzione di automobili, tiene conto della delocalizzazione nella Nuova Europa di lavatrici e lavastoviglie, tiene conto della crisi della cantieristica. «Nel migliore dei casi – dice ancora Gozzi – quest’anno replicheremo la performance del 2012, che è stato un anno negativo. Non ho alcun elemento per confermare l’annunciata inversione di rotta verso fine 2013: se è vero che la siderurgia di solito anticipa i cicli economici, stavolta non ho alcun indizio di ripresa all’orizzonte». In questo magma ribollente, entro cui si re-impasta l’industria manifatturiera italiana e europea, i siderurgici hanno tentato e stanno tentando di riposizionarsi, di fare innovazione, di seguire i grandi committenti nei loro nuovi mercati di produzione. La reattività del comparto vien fuori, per esempio, nell’indicatore che segnala sul 2012 un incremento di produzione dell’1,2% per i laminati piani. A scontare la crisi dell’edilizia e delle infrastrutture sul suolo patrio, sono invece i produttori di laminati lunghi, con i tondini da cemento armato in calo di quasi il 10%. I tondini delle fonderie bresciane finora hanno avuto un minimo di camera di compensazione nei paesi del Nord Africa, ma a fine primavera è attesa l’inaugurazione di un nuovo impianto turco in terra d’Algeria, con una capacità produttiva stimata in 1 milione di tonnellate/ anno. «Il tema della presenza di un nostro stabilimento sulla sponda africana del Mediterraneo si pone – commenta Gozzi – Abbiamo vari studi e progetti in corso, ma ancora nulla di concreto perché sinora ci siamo concentrati su Paesi a noi culturalmente più affini. Di sicuro fermi non possiamo stare, sebbene sia più complesso di qualche anno fa realizzare ingenti investimenti su impianti o riorganizzazioni societarie data la ristrettezza dei margini». Riorganizzazioni societarie vuol dire aggregazioni, fusioni, integrazioni e, inoltre, superamento di condizioni di sotto- capitalizzazione che di fatto frenano tante aziende familiari dell’area padana (e bresciana soprattutto). Ma saranno maturi i tempi per un consolidamento del settore, dal quale passi pure una ristrutturazione? Arvedi ammette che la questione è cruciale, a evitare una «deleteria selezione darwiniana», ma sostiene pure che «l’impronta familiare, con tutto il bene che significa in termini di impegno e continuità, rimane ancora un fattore di freno a un processo necessario. La fusione tra aziende familiari non è ancor oggi sul tavolo, se ne parla ma non mi pare matura sebbene pressata dalla riorganizzazione del settore, con il problema implicito e pressante del sovra- dimensionamento produttivo». Che vi sia sovra-produzione nel Vecchio Continente, lo dice pure l’annunciata volontà del big player del settore Mittal di procedere alla chiusura di 7 siti produttivi in Nord Europa. Dentro a questo processo di ristrutturazione, ci stanno casi italiani come le Acciaierie di Terni o il Gruppo Lucchini. Partite sulle quali occorre attendere le linee di politica industriale del prossimo governo. Per l’altro caso acuto, che si chiama Ilva, Gozzi parla di «problema contingente e non connesso in alcun modo alla competitività dell’azienda, che ha una sua forza e un suo solido spazio di mercato». Ma anche in questo caso, vedremo come il sistema paese – inteso come istituzioni politiche e giudiziarie – saprà sbrogliare la matassa a Taranto.

http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2013/02/18/news/lanno_zero_dellacciaio_dopo_lilva_ora_il_nodo_far_aggregare_le_imprese-52879462/

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