dalla Pagina facebook di un giornalista onesto

Marcello Di Noi.
Una rinascita morale per ribellarsi

Pochi dubbi che l’invito alla riflessione neppure troppo sussurrato dall’Arcivescovo mons.Santoro non è altro che un messaggio ben più profondo diffuso alla città, ai suoi protagonisti, alla morale che spinge questa terra nei suoi comportamenti. Senza entrare nello specifico, però, val la pena un tentativo d’interpretarne il senso. Che va oltre i costi dei Riti, l’impegno economico delle Confraternite.
Forse, mons.Santoro intendeva cogliere obiettivi più alti, fors’anche involontariamente. O forse, ancora, qui vogliamo credere – o illudere, se volete – che dietro le sue parole si celano altri intendimenti. Certo è, come spesso ripetiamo, Taranto ha necessità di una rinascita morale: troppi tappi sono saltati per non accorgersene. L’inquinamento è soprattutto dentro chi vive questa città, e le inchieste giudiziarie che hanno fatto esplodere quello ambientale non sono altro che la conseguenza di un ‘sonno’ lunghissimo in cui in tanti, in troppi si sono lasciati coinvolgere. Una sorta di cappa da cui troppo difficile era uscirne. Molto più comodo invece lasciarsi avvolgere per coltivare meglio i propri orticelli sulla pelle della gente comune e indifesa.
Taranto spesso si è affidata ai messia di turno, quasi confessando l’incapacità di sostenersi da sola, e oggi vive la contraddizione più difficile, divisa come mai forse nella sua storia: dire ‘basta’ per sempre a una vocazione industriale calata dall’alto oppure fidarsi ancora di altrui volontà, nella pia illusione – aggiungiamo se permettete – di coniugare aria pulita e lavoro? Intendiamoci: non è così semplice, soprattutto quando una comunità è tanto coinvolta.
Ma ciò che più sconforta, in verità, è non poter scegliere, vuoi perché nel passato più o meno recente ci si è fidati di politici ‘pinocchio’, vuoi perché lo Stato ha allungato ancor più la sua mano su una terra che pare ‘maledetta’ e perciò destinata a servire gli interessi altrui. Del resto, come può scegliere il proprio destino una città, una terra che forse solo ora sta prendendo coscienza degli errori del passato? Basterebbe parlare con la gente e rendersi conto che non c’è piena consapevolezza di quella che, ormai da tempo, definiamo la ‘tragedia di Taranto’: spesso, c’è rassegnazione, molto meno spesso c’è impeto di reazione.
Certo, molto è accaduto e cambiato da un anno a questa parte: ora, anche i più scettici si sono resi conto delle malefatte e di quanto è stato tolto a questa terra, alle future generazioni. Ma quanto peserà questa presa di coscienza, più o meno riconosciuta, sulle prossime elezioni, sia le più vicine (quelle politiche del 24 e 25 febbraio) che quelle in stand by (le ormai certe regionali)? E quanto i candidati hanno veramente compreso di cosa abbia necessità questa città, questa terra, questa fetta di Italia che supinamente ha sempre subìto e che oggi dovrebbe essere ripagata dei sacrifici sostenuti e che sostiene ancora?
Ci preoccupa l’assenza sistematica di impegni precisi, in un certo senso solenni, a favore della città. Perché Taranto non può diventare improvvisamente strategica per l’economia nazionale quindi per forza di cose sottoposta a vincoli e sacrifici, e un minuto dopo abbandonata a se stessa, priva di futuro alternativo, ‘indegna’ di una visione lungimirante che restituisca speranze alle prossime generazioni. Guardatevi un po’ in giro, ascoltate le promesse in questa campagna elettorale e vi renderete conto di quanto Taranto sia sparita dall’agenda dei partiti, tranne per ricordare la legge ‘salva Ilva’ e la manciata di milioni di euro del tutto insufficienti per fantomatiche bonifiche, oltre a vaghe riflessioni su un futuro diverso, un futuro chiaramente colmo di parole.
Tutto qui, non c’è altro, ed è veramente poco. Non abbiamo sentito, per esempio, di progetti a difesa dei prodotti della terra, di quell’agricoltura che pure rappresenta una grossa fetta dell’economia locale e che, se davvero sostenuta, potrebbe costituire un’alternativa seria allo strapotere inquinante della grande industria. Perché, se qualcuno ancora fa finta di niente, i nostri prodotti agricoli sono seriamente compromessi dalla pubblicità negativa che opprime la nostra città. Ormai sui mercati nazionali ed esteri si parla di agrumi alla diossina, di cozze alla diossina, giusto per far qualche esempio. Del resto, le nostre Istituzioni pensano bene ad abbattere i capi di bestiame, a macerare le celebri cozze, a vietare i consumi di lumache e uova ‘selvatiche’, contribuendo così al depauperamento di un comparto, appunto qual è quello agricolo, che andrebbe invece aiutato, difeso a spada tratta. Se dovessimo aspettare le bonifiche del Mar Piccolo, auspicare che il Mar Grande con l’arrivo delle petroliere di Tempa Rossa resti pulito, sperare nella ‘pulizia’ dei terreni, siamo degli illusi, considerando i tempi biblici della politica e soprattutto la scarsa volontà di dire basta ai grandi inquinatori.
Ci siamo limitati all’agricoltura, ma il discorso potrebbe allargarsi. Una dimostrazione? Lo scempio sulle trivellazioni autorizzate all’Eni e’ l’esempio piu’ alto dell’assenza di attenzione nei riguardi delle nostre comunità.Oppure, basterebbe pensare alla probabile chiusura del Politecnico, che tiene banco nelle cronache di questi giorni: dov’è l’impegno concreto dei politici e delle istituzioni? Già, toglieteci l’ultimo mare ancora pulito e pure l’università…
Ecco perché siamo preoccupati. Chi ci andrà a rappresentare in Parlamento dovrà sottostare ai diktat dei partiti: sono dei ‘nominati’ e non possono certo mettersi di traverso. Tra l’altro, non dimentichiamo che i partiti hanno firmato (non tutti) la legge ‘salva Ilva’, e che negli anni questi partiti hanno voltato lo sguardo dall’altra parte quando si parlava di Taranto.
Ecco che le parole del Vescovo, a prescindere dall’apparente limitato raggio d’azione, andrebbero pesate ‘coinvolgendole’ nella grande crisi di questa città, di questa terra. La rinascita morale ha necessità di unione, non certo solo di progetti e consulte fatti per le passerelle televisive. Con un comune denominatore: pensare a una Taranto diversa e pretendere che Taranto diventi diversa. Il tempo dell’acciaio ha un limite, e i grandi insediamenti industriali se lasciati liberi di agire ancora non cambieranno il loro modus operandi. Ma c’è davvero qualcuno che abbia il coraggio di ribellarsi a decenni di dominio incontrastato dei politicanti romani e dei poteri forti?

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