Taranto Story

Città d’autore/4: Taranto, dama elegante ma “sporca” di progresso

Resiste per esistere. Le ciminiere dell’Ilva sull’uscio del centro più volte dato per morto e sempre risorto

Il ponte girevole di Taranto (Ingenito/Infophoto) ( Foto: INFOPHOTO)Il ponte girevole di Taranto (Ingenito/Infophoto) ( Foto: INFOPHOTO)
Le ciminiere dell'Ilva (foto Matteo Corner) ( Foto: LaPresse)Le ciminiere dell’Ilva (foto Matteo Corner) ( Foto: LaPresse)

Taranto – Eccole. Impossibile non vederle. Da qualsiasi direzione si arrivi sono la prima cosa che intercetta lo sguardo. Te le trovi improvvisamente dinanzi nella loro maestosa, svettante ineluttabilità: gigantesche sputafuoco carenate in costante lavorio, draghi catafratti abbarbicati all’azzurrità di un cielo ormai irrimediabilmente ammalato. Sono le ciminiere dell’Ilva di Taranto, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, un sogno petrolchimico che nello zenit degli spumeggianti anni ‘60, quando ancora si chiamava Italsider, regalò a quest’angolo di Mezzogiorno un ventaglio spropositato di nuove, concrete possibilità di sviluppo economico e che a circa mezzo secolo dal suo varo si è tramutato – indiscutibilmente – in una bomba ecologica sulla perenne soglia della deflagrazione finale. Da tanti, troppi anni una graveolente cappa di veleni asfissia infatti il capoluogo di provincia pugliese.

Un paese, Taranto, che ammaliò Strabone per la bontà dei suoi sapori, irretì Quinto Orazio Flacco nella sua quintessenziale eleganza ellenica e le cui fondamenta furono poste, secondo la leggenda, addirittura da Taras, figlio di Poseidone dio del mare e della ninfa Satyria. Oggi lo splendore millenario di queste terre incantevoli è un ricordo appannato, un monumentale affresco al quale un turbine di malaffare e miopia politica ha progressivamente dilavato i colori mentre una nube perpetua di diossina ammanta le speranze, gli slanci e le prospettive per il futuro di chi in questo paradiso violentato ha la ventura di abitarci. Ma Taranto è uno spazio proteiforme, è un pezzo di meridione eroico, ferace, greve di tutte le barbarie del mondo e al tempo stesso puro, innocente, tragico e imprevedibile come solo alcuni luoghi senza tempo del nostro Sud più arcaico sanno essere: situato nell’omonimo golfo sullo Ionio, culla della Magna Grecia e sino a pochi decenni orsono fiore all’occhiello della cantieristica navale italiana, quivi ancora persistono, celati nel dedalo di viuzze della Città Vecchia, nascosti tra le fragranze odorose di pesce e fatica del porto, spersi tra gli andirivieni della caratteristica Processione dei Misteri della Settimana Santa, i tratti di una identità “levantina” ancora viva e pulsante, inestimabile e, vivaddio, immortale. Sono pezzi di cuore che palpitano le belle, pietrose facce delle anziane “camasce” che animano i quartieri popolari, ancora nerovestite come nelle pagine di un saggio di Ernesto de Martino, affacciate da balconi ingombri di cespi di basilico dai quali file di panni stesi svolazzano garrendo simili a bandiere nello scirocco; e sono frammenti di un’umanità invincibile le frotte gioiose di scavezzacolli che, a dispetto della cupezza di una crisi occupazionale che non accenna ad allentare la morsa, affollano campetti di calcio improvvisati, ostinati spazi di agonismo ludico sottratto ai cumuli di rottami e cemento che assediano l’urbe. Nel Canale presieduto dai contrafforti del Castello Aragonese, sull’uscio dell’isola artificiale sulla quale si snoda il borgo più antico dell’agglomerato urbano, il nylon d’una lenza tesa tra le mani di un pescatore a bordo d’una bagnarola lancia argentei barbagli che frangono la malinconia limacciosa di un mare che una volta era grande, immenso, indomabile: il mare di Virgilio e dei poemi oggi spettinato da bave oleose di nafta mentre i draghi, sullo sfondo, non smettono di fumare e ruggire, esalando miasmi che offuscano senza requie la violacea fenditura dell’ orizzonte.

Ma Taranto resiste. Taranto esiste. Assieme a Pilone, nel brindisino, e alla finibus-terrae di Santa Maria di Leuca, rappresenta uno dei vertici ideali di quel Salento tutto magia, pizzica e taralli meta oggi di un turismo assai à la page, e nelle piaghe dolenti del proprio corpo martoriato si ritrova, suo malgrado, a impersonarne la zona oscura, la faccia deturpata, quella che le brochure turistiche si guardano bene dal mostrare. Taranto, sublime, sventurata meraviglia, a conoscerla meglio resta una dama elegante, una bellezza d’altri tempi cui un’idea distorta e scellerata di progresso ha voluto lordare le vesti; eppure come non rimanere ipnotizzati dal depositarsi della luce rosseggiante del tramonto lungo i due specchi d’acqua sui quali il capoluogo di provincia srotola la sua estensione: il Mar Grande e il Mar Piccolo, ancora oggi fulcro sostanziale del battito e della sinestesia dell’intera vita cittadina? Il primo, chiamato familiarmente “rada di Mar Grande” poiché vi sostano le navi in attesa, è separato dal suo confratello minore da un capo che lo chiude a golfo, orientato verso l’isola artificiale che costituisce il nucleo primigenio della struttura urbana e collegato al resto del territorio da due ponti: quello di Porta Napoli nonché dal più famoso Ponte Girevole, quasi 100 metri di meccanica rotante che l’Ammiraglio Ferdinando Acton in persona venne ad inaugurare nel lontano 1887.

Il Mediterraneo, una distesa verdazzurra priva di confini, si profila magnifico là davanti, separato solo da Capo San Vito, dalle isole Cheradi di San Pietro e San Paolo più la terza isola di San Nicolicchio, completamente inglobata nel polo siderurgico: un piccolo, fascinoso arcipelago frastagliato che chiude perfettamente l’arco ideale creato dalla baia naturale del Mar Grande: qui l’instancabile opera dei venti e delle maree contribuisce alla formazione di alcune sorgenti sottomarine, dette “citri”, il cui mirabile apporto d’acqua dolce frammista ad acqua salmastra regala a questo microambiente una condizione ideale per la coltivazione di quei mitili che la vulgata ama definire semplicemente “cozze”, costruendoci sopra narrazioni, mestieri, giochi di parole, persino categorie sociali (“cozzàri” a Taranto è l’appellativo con cui si chiamano i bifolchi). E qui le cozze sono, per antonomasia, il vanto e l’orgoglio locale: basta farsi un giro in centro e ficcanasare nei numerosi ristoranti che lo costellano per scoprire quanto successo riscuotono le ricette tradizionali autoctone, una cucina popolare e prelibata che combina i frutti di mare con quelli della terra, irrobustendone la malia con il rinomato olio extravergine di oliva tipico del Tacco d’Italia. Piatti tipici come i cavatelli con le cozze, il risotto ai frutti di mare, il polpo o il pesce alla griglia sono accompagnati da ortaggi crudi (o cucinati nei modi più vari): i pomodori, i peperoni, le melanzane, i carciofi e i legumi sono solo una porzione delle ricche cromie che compongono la tavolozza dei sapori del menù tarantino. Le orecchiette (quaggiù chiamate chiangarèdde) con le cime di rapa o al ragù, ma anche le mozzarelle, le provole fresche, gli involtini di vitello e i fegatini alla brace vengono rigorosamente accompagnate da torrenti di Primitivo di Manduria, un vino ruvido e corposo le cui lodi cantava già Plinio il Vecchio e che da queste parti la fa da padrone. Ma la vera gloria di Taranto si consuma nel falasco odoroso di mirto che attornia i muri a secco delle sue campagne eterne, nelle solenni rapsodie di ulivi avvitati che ne cinturano la periferia, negli atavici canti arabi che ne inondano gli intagli urbani e negli scogli madreperlacei sui quali drappelli scalcagnati di pescatori dispiegano spigole e meloni mentre gorghi di rondini soffocano l’agonia del giorno.

Taranto imbevuta, impregnata di Storia sin nelle più recondite nervature della propria essenza: coloni spartani arrivarono secondo Eusebio di Cesarea in questa zona nel 706 a. C. Costoro seppero sostituirsi alle inerti popolazioni indigene mettendo a segno una cultura capace di sfruttare al meglio la portentosa fertilità del territorio: bastarono pochi cicli generazionali per fare di questo pezzo di stivale una potenza economica e militare. Terra di grande rinnovamento sociopolitico, diede in quest’epoca i natali ad un nutrito stuolo di filosofi, poeti, strateghi e scrittori, e i suoi atleti tennero testa a quelli mitici di Siracusa. Un frenetico diapason di energie e innovazione che una Roma non ancora Caput Mundi subì con non celato scorno: sarà una lunga guerra, e i tarantini affronteranno il loro primo vero smacco difendendosi alacremente. Ma in queste fertili lande il cartaginese Annibale ebbe il permesso di far transitare i suoi pachidermi e la rabbiosa vendetta del suo arcinemico generale Fabio Massimo non mancò d’imprimere il proprio pesante marchio di devastazione. Totila s’impadronì delle sue vestigia in pieno Medioevo mentre i Longobardi la espugnarono un secolo più tardi, vedendosela in seguito sfilare di mano in mano tra Costantino II, Romualdo Duca di Benevento e quindi i Bizantini. Vennero dal mare i crudeli Saraceni e a più riprese la spogliarono, i loro artigli che ancora oggi arabescano le crude facciate della Città Vecchia; l’imperatore Niceforo Foca s’impegnò a ricostruirla sino a quando Roberto il Guiscardo non giunse a metterla in sacco. Gli Spagnoli ne amplificarono la grandezza del porto, dopo di loro proseguirono i Borbone, e quando i sussulti dell’Illuminismo spinsero da queste parti i fuochi della rivoluzione, Taranto non si fece trovare impreparata aderendo alla Repubblica Partenopea. Sarà unita al Regno d’Italia nel 1860 e in pochi lustri diventerà sede dell’Arsenale Militare Marittimo. Salito sullo scranno della cancelleria tedesca il caporale dai baffetti a spazzola, la città sarà fatta bersaglio di un micidiale bombardamento per mano della Royal Navy britannica, durante la notte del 12 novembre 1940, quando ventuno aeroplani si levarono in volo puntando alla flotta italiana attraccata nel porto. Corazzate e caccia-torpedinieri subirono danni ingentissimi e l’attacco interessò vari depositi di carburante anche sulla terraferma. Quando quell’atroce, vigliacca sortita ebbe termine, il bilancio fu di 85 morti – di cui 55 civili – e di 581 feriti. Una tragedia che in queste contrade ancora oggi, col cuore gravido di tristezza, ricordano come La Notte di Taranto, la notte in cui una parte della meglio gioventù tarantina agonizzò in un inferno di fiamme e lamiere.

Storie di uomini, quindi, e storie di un popolo, quello tarantino, che ha dovuto spesso assistere impotente al depauperamento dei propri coralli. L’ultimo furto, il più doloroso, nel 2005: quando il Comune, travolto dagli scandali e strozzato dai debiti, si è visto costretto a dichiarare bancarotta. Un’oscura cappa quaresimale avvolge da quel giorno una città ormai stremata, fiaccata, disillusa. Ma Taranto resiste, Taranto esiste. Lentamente si risolleva, rialza la testa. Perché è nella sua natura perdere tutto, soccombere, per poi rinascere. Taranto crepa, per poi risorgere. Mentre gonfie petroliere scure bordeggiano lo Ionio, stagliandosi indifferenti a venti miglia da questa costa d’inaudita bellezza, e un nugolo di gabbiani argentati in volo segmenta il cielo infilandosi dentro corridoi aerei invisibili, indecifrabili, disegnati nel loro stesso sangue da centinaia di migliaia di anni.

http://www.corrierenazionale.it/component/content/article/70-tempo-libero/viaggiare/93009-Citta-d-autore-4-Taranto-dama-elegante-ma-sporca-di-progresso

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