non mi esprimo…

«Pensavamo di risanare la fabbrica ma per la gip siamo delinquenti»

Parla uno dei quadri dimissionari. «Le nostre
valutazioni tecniche diverse da quelle di chi ci giudica»

La lettera delle dimissioniLa lettera delle dimissioni

TARANTO – Una decina di capi area, poco meno di venti responsabili di reparto, due direttori, un paio di capi ufficio: sono questi uomini dell’Ilva ad aver sottoscritto che «da tecnici, da ingegneri, da dirigenti comunichiamo la volontà di dimetterci dai nostri incarichi rimanendo, con spirito di servizio, a disposizione di chiunque verrà indicato per la messa in sicurezza degli impianti fino al loro spegnimento, come conseguenza delle disposizioni del decreto». L’ordinanza del sequestro preventivo da otto miliardi, che li assimila ad un’associazione a delinquere, li ha scioccati sul piano personale e messi in crisi professionale. Uno di loro, che vuole mantenere l’anonimato accettando solo l’uso delle iniziali (R.S.), acconsente a chiarire il senso della lettera inviata al direttore dello stabilimento Antonio Lupoli, oltre che agli ex vertici Bruno Ferrante ed Enrico Bondi.
Allora, come è maturata questa iniziativa?
«È nata dalla lettura del provvedimento di 48 pagine della giudice Todisco. In particolare pagina tredici ci ha convinto a reagire».
Perché, cosa c’è scritto a pagina tredici?
«A nessuno di noi in questi mesi sembrava di incontrarsi con altri sul posto di lavoro per commettere reati. Invece da questa pagina abbiamo appreso che siamo associati tutti assieme solo per questo. È troppo. Se non mi viene permesso di portare avanti i lavori di risanamento come faccio a mettere a posto gli impianti?».
I magistrati ritengono, al contrario, che non state attuando le disposizioni dell’Aia.
«Veramente noi eravamo persuasi di lavorare sotto la copertura della legge sull’ambientalizzazione degli impianti. Al contrario ci siamo accorti di portare avanti un lavoro nel quale ogni secondo rischiamo di commettere un reato».
A cosa si riferisce?
«Leggendo l’ordinanza abbiamo visto, ad esempio, che l’apertura delle valvole di emergenza, che si aprono solo in determinate e precise situazioni appunto di emergenza, configura un reato. L’apertura, invece, risolve un problema. Anche lo stoccaggio della loppa è considerato un reato, quindi devo fermare gli altiforni per non produrla più».
Quindi, avete deciso di dimettervi.
«Ogni mattina corriamo il rischio di essere indagati, uno stato d’animo che ci ha fatto perdere la serenità. Da luglio scorso a oggi il clima nei reparti è molto cambiato. Non ci sentiamo tutelati, ogni mese c’è un’iniziativa nuova e ci sembra di andare contro i mulini a vento. Pensavamo di lavorare per risanare gli impianti e preparare un futuro ambientale migliore per i nostri figli. A quanto pare non è così. Lavoro in Ilva da dieci anni, le cose stavano migliorando, ma siamo considerati un’associazione a delinquere. Le nostre valutazioni tecniche sono diverse, evidentemente, da quelle di chi ci giudica».
Nella lettera avete scritto che non volete fare del male a nessuno, non volete infrangere la legge e non volete commettere reati. Perciò vi dimettete dagli incarichi. Sul piano operativo che conseguenze ci sono?
«Ci siamo dimessi dalla gestione ordinaria e rimaniamo a coadiuvare chi è sul posto di lavoro. Garantiamo inoltre la sicurezza degli impianti fino al loro eventuale spegnimento».
Ma senza di voi le attività continuano?
«Manca solo la fascia di controllo dell’area a caldo a partire dallo sbarco delle materie prime dalle navi. Ci sono all’opera i tecnici e gli operai. Ma quanto si può andare avanti così? Vedremo».
Temete per gli stipendi?
«No, per il momento questo timore non c’è, nessuno ha detto che c’è questo rischio. Vale per noi e per tutti i lavoratori dello stabilimento di Taranto».

ECCO IL TESTO DELLA LETTERA – Egregi Dr. Ferrante, Dr. Bondi e Ing. Lupoli, queste righe sono espressione condivisa di noi responsabili di produzione e manutenzione dello stabilimento Ilva di Taranto, a tutti i livelli: una generazione di dirigenti, quadri e capi che ha portato lo Stabilimento a risultati operativi riconosciuti a livello internazionale. Ci siamo assunti coscientemente e volontariamente la responsabilità di evitare la chiusura dello Stabilimento dopo gli avvenimenti del luglio 2012. Abbiamo deciso di metterci al servizio delle tante persone che lavorano nello e per lo Stabilimento portando avanti gli impianti con difficoltà che solo i veri esperti del settore possono facilmente descrivere. Abbiamo deciso di metterci al servizio della città di Taranto e dei suoi abitanti, accettando la sfida dell’Aia e garantendone l’applicazione. Una sfida unica al mondo tanto per i capitali investiti, quanto per la quantità enorme di attività contemporanee da portare avanti, mantenendo nel frattempo gli impianti in marcia per assicurare ai dipendenti la continuità lavorativa. Venerdì scorso abbiamo appreso del provvedimento giudiziario che, malgrado tutte le attività e i nostri sforzi siano protesi all’esecuzione puntuale dell’Aia e ai miglioramenti impiantistici, staremmo ancora commettendo dei reati orribili derivati dalla marcia stessa degli impianti. Questo è insopportabile. Noi non ce la sentiamo di andare avanti così. Noi non vogliamo commettere reati, non vogliamo fare del male a nessuno, non vogliamo infrangere le leggi. Evidentemente le nostre valutazioni tecniche sono diverse da quelle di chi ci giudica e noi non ci sentiamo tutelati, in nessun modo e da nessuno. Quindi, da tecnici, da ingegneri, da capi, da dirigenti comunichiamo la volontà di dimetterci dai nostri incarichi rimanendo, con spirito di servizio, a disposizione di chi chiunque verrà indicato per la messa in sicurezza degli impianti fino al loro spegnimento, come conseguenze delle disposizioni del decreto. Con dolore i dirigenti, i quadri, i capi dello Stabilimento Ilva S.p.A.

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/lecce/notizie/cronaca/2013/30-maggio-2013/pensavamo-risanare-fabbricama-la-gip-siamo-delinquenti-2221403215549.shtml

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