Tiberio Faedi

1074590_572467019463327_2074126299_oNessun’altra si cura della propria commozione come fai tu. La tieni stretta e la coltivi come una virtù da celare. “Pure noi pure noi” fanno gli altri e non sopporti la loro presunzione. Che ne sanno di quello che provi tu? Di tutte le rovine che continui a provocare ai tuoi piedi? Così camuffi la commozione da stanchezza, tanto non se ne accorgeranno. La differenza ai loro occhi appare solo per quello che vedono, mentre uno sguardo vale solo per quello che riesce a suggerire, mantenendo la possibilità di un fraintendimento, che riguarda due persone intente a raccontarsi il meno possibile, per provare ad essere sinceri per davvero ed evitare tutti i giri di giostra per i quali si paga solo con la moneta più facile: il possesso del bene. Emozioni ti dicono, così, tanto per far confidenza. Tu ci vai piano con le parole grosse. Primo perché sono parole e quelle rimangono, secondo perché chi lo dice ci crede e il terzo motivo lo hai dimenticato. Non capisci perché non comprendono il tuo buon gusto, l’educazione musicale, l’eleganza di una sensazione, l’armonia di ogni tuo rifiuto. Non è che puoi andartene in giro a dispensare incanti, a fare della generosità un metodo, a provocare mutamenti per scintille. Tanto poi quelli non ringraziano mai oltre le formalità, mai un atto di coraggio che passi attraverso una piccola follia, ma proprio minima, da amici amanti al primo turbamento. Sarebbe tutto così semplice: fare delle sorprese. Il processo è provato, la scienza del piacere, il risultato non cambia e non è mai lo stesso, grazie alla somma di uno più uno che fanno cose da multipli di due e si accorgono di essere innumerevoli per stupore. Non è un pensare uguale, il capirsi bene, la reciprocità silenziosa, il passo parallelo. Nemmeno il traguardo per affinità. Non vuoi accontentarti di tutto quello che ti hanno raccontato, grandi e piccoli, geni e sfacciati, di pelle e di testa, signori e ladri. Cerchi quella cosa che provi per troppo poco con la commozione. Sia un suono senza melodia, una figura nella cornice, l’ultimo frutto prima della caduta, il giocattolo in fondo anche alla scatola. Anche un uomo. Basta che porti con se quell’inspiegabile dono che non porta a nulla, solo un piccolo respiro che non è più il tuo tra milioni. Un’altra vita, l’esistenza di chi avresti potuto essere e non sapresti neppure riconoscere. Il tempo vola, dicono, di esistenza una sola, ripetono, non guardare a domani come ora, sentenziano. Dentro senti che c’è lei, portata da un mago, la tua avversaria. Due nemiche hanno quasi tutto in comune, ciò che detestano è quello che vedono in una copia migliore dell’originale. Ora puoi dirlo, c’è qualcuno che ti ascolterà.

– Vorrei che la luce facesse lo stesso effetto su gli uomini così come fa con le cose.

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