Il funerale di Franco prefunerale di una città?

Il funerale di Franco prefunerale di una città?

di Mimmo Mazza

Si era svegliato, battendo per una delle ultime volte la sonnolenza indotta dalla morfina per arginare dolori divenuti dilanianti e, nel giorno del suo 38esimo compleanno, aveva visto il suo letto, in una stanza del reparto di oncologia dell’ospedale Moscati, circondato da bodyguard, camici bianchi e autorità.

«Grazie, grazie, sono onorato» sussurrò al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, corsa a vedere come si cerca di far fronte all’emergenza dovuta al rischio ambientale certificato dall’ormai lontano 1986 dall’Organizzazione mondiale della sanità, tra il silenzio di molti e la complicità di alcuni. «Grazie» disse, commuovendo la Lorenzin che mai avrebbe immaginato di toccare con mano il dramma di una città dove di cancro si muore sempre più spesso. Una settimana dopo, Francesco Pignatelli è morto, strappato alla vita, alla sua compagna, a sua madre, da un male subdolo e insidioso che in quattro mesi ha spento l’esistenza di un ragazzo che era l’emblema della salute. Vederlo correre sul lungomare, per noi runner della domenica, era uno spettacolo. Francesco andava forte, più forte di tutti.

Si alzava all’alba ogni giorno, macinava chilometri su chilometri, poi si spostava in tribunale, ad occuparsi di cause di lavoro, con una semplicità e con una voglia di vivere invidiabile. Dobbiamo morire tutti prima o poi, e detto che vorremmo che a noi e ai nostri cari non tocchi mai o il più tardi possibile, quando si muore a 38 anni, quando muore un atleta come Franco, capace il 2 giugno scorso di dare spettacolo ad una gara di triathlon a Barletta, quando se ne va l’immagine stessa dello stare bene, si perde ogni punto di riferimento, e si piomba nella paura e nel terrore.

Taranto è città a rischio ambientale, gli impianti dell’area a caldo dell’Ilva sono stati definiti da tre scienziati fonte di malattie e morte per migliaia di operai e centinaia di migliaia di residenti. Ma tra le perizie e le morti, tra gli avvisi di garanzia e le professioni di innocenza, tra le connivenze maleodoranti di alcune intercettazioni e i tanti troppi manifesti funebri affissi alla portineria Ilva, c’è sempre stato spazio per la speranza e l’indifferenza, per il proclama di chi ancora crede (ma davvero crede?) di poter coniugare salute e acciaio come se nulla fosse accaduto, rubricando le inchieste come il frutto amaro di una invasione di campo dei giudici, rifugiandosi dietro l’egoismo di chi crede (ma ancora crede?) che non tocca a lui, ma al limite al vicino, al condomino, allo sfigato che in fondo, prima o poi doveva morire.

Non sarà l’ennesimo funerale a cambiare lo stato delle cose, a imporre una operazione verità a tutti coloro che hanno la possibilità di dire ai tarantini se due tumori in più all’anno sono in fondo una minchiata, come diceva Fabio Riva all’avvocato Franco Perli in un memorabile colloquio intercettato nei giorni in cui si discuteva dell’autorizzazione da rilasciare all’Ilva, o l’inevitabile sacrificio da fare sull’altare del progresso, del Pil e della Patria. Ma cos’altro bisogna aspettare, quante altre lacrime bisognerà versare, quante vite si dovranno ancora prematuramente interrompere per dare a Taranto e ai suoi sventurati abitanti la certezza della vita?

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizie-nascoste/il-funerale-di-franco-prefunerale-di-una-citt-no669762

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