Taranto chiude

 

La seconda città pugliese perde i propri asset economici e produttivi. Prima la Vestas, poi Marcegaglia, Natuzzi e Miroglio. Adesso anche la Cementir annuncia consistenti tagli occupazionali. E’ l’epilogo di una triste storia, contrassegnata da ritardi e incongruenze politiche

di Vincenzo Carriero

Taranto svende i suoi asset economici e produttivi. E lo fa senza neanche ricorrere ai saldi di fine stagione. La seconda città pugliese per numero di abitanti, sede della più grande industria italiana e del più interessante Porto del mediterraneo, rischia di chiudere battenti. Questa volta in maniera definitiva. In ordine sparso: chi prima chi dopo, vanno via tutti. La Vestas, Marcegaglia, Natuzzi, Miroglio. Persino la Marina Militare pensa di ridimensionare la sua presenza in riva allo jonio a vantaggio di altre città italiane. Lo Stato in questo caso, però, resta in silenzio; è solerte e premuroso soltanto quando si tratta dell’Ilva. Badate bene: dell’Ilva intesa come difesa della razza padrona, di un capitalismo fattosi arbitro dei destini nazionali più di quanto non sia stato in grado di fare la politica, e non delle condizioni dei sui operai.

Nelle ultime ore, come se non bastasse, ad aver annunciato l’intenzione di tagliare 56 dipendenti dai propri organici, ci ha pensato la Cementir della famiglia Caltagirone. Chiude l’aria a caldo; è necessario, quindi, mandare via più della metà dell’attuale forza lavoro. L’aria a caldo che andrebbe chiusa a Taranto, e non certamente da oggi, resta invece al suo posto. Pienamente operativa grazie ai decreti confezionati dai governi di destra, centro e sinistra. E’ davvero un brutto epilogo per il capoluogo jonico quello che, con il passare dei giorni, prende forma all’orizzonte. In una sola soluzione vengono al pettine ritardi e incongruenze storiche. Due su tutte: l’assenza, da sempre, di una classe politica locale in grado di farsi rispettare. Al pari di quanto abbiano saputo fare, negli ultimi decenni, a Bari e a Lecce. E, poi, la mancanza di una vero ceto imprenditoriale nella città dei due mari. Qui tutt’al più, a voler essere magnanimi, si è venduto denaro (chiamasi usura) e si è costruito palazzi. La sedicente imprenditoria tarantina è stata, sostanzialmente, rappresentata da usurai e palazzinari.

Taranto rischia di chiudere? E’ assai probabile che questo territorio diventi sempre più luogo eletto per lo stoccaggio dei veleni. L’immondezzaio d’Italia. Una sorta di terra di nessuno. Le uniche attività a determinare denaro e profitto saranno quelle che, allo stesso tempo, ci consegneranno morte e malattia. Senza una testa pensante, tutte le funzioni di un organismo vengono meno. E’ quanto è accaduto e continua ad accadere. Una città acefala per naturale vocazione.

 

cosmopolismedia.it

 

 

 

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