Taranto, famiglie senza dimora

 

di Angelo Di Leo

panoramica taNuri viene dal Ciad e non sa quando è nato.
Il rumeno, piuttosto brillo, chiede di sua «moglie» e pretende una medicina contro il mal di schiena.
Ciccio (nome di fantasia) sta facendo i compiti. Sua madre sta piegando la roba pulita. Suo padre è tornato dalla quotidiana ricerca di un posto di lavoro mentre la sorella, la piccola di una casa che non c’è, passeggia nel corridoio e sorride guardando i volontari.
«Senza fissa dimora», oggi, significa tanto: ragazzi africani che fuggono dalla guerra civile, uomini e donne in balìa del destino, famiglie italiane travolte dalla crisi.
Al centro della Salinella, alle spalle della chiesa di quartiere, a due passi dal Cep, i ragazzi dell’Abfo fanno quello che possono.
E fanno tanto, tantissimo.
Più di cento volontari, a turno, quando possibile, nelle ore di buco, quando gli altri si incontrano al bar, sono là – alla Codignola – per dare una mano alla famiglia Occhinegro.
Tre sorelle ed un fratello, un cognome stimato, tanta passione per gli altri e una fiducia nel prossimo che commuove e diventa esemplare.
Al centro della Salinella, dove accade che una signora possa portare una pentola di sugo “appena fatto”, che il proprietario di un bar spedisca decine di cornetti e che giovani svegli si diano da fare dentro e fuori la sede, ogni sera avviene un miracolo: l’integrazione che passa dalla necessità, il bisogno che si ritrova sotto lo stesso tetto e conquista gli spazi possibili. Uomini e donne che dividono povertà e spartiscono speranze.
«Chi è il capo qua?».
Il rumeno ha lo sguardo severo ma i ragazzi dell’Abfo non si scompongono. Anzi.
Chiede di una «moglie» improbabile, già ospite del centro accoglienza. La donna si affaccia nella saletta d’aspetto, lo guarda e commenta… «ma che marito… lasciamo perdere…!».
Storie disperate di strada, abbandoni e lacrime cristallizzate nelle pupille, facce stravolte dal nulla perpetuo e strisciante.
Il rumeno insiste, vuole soldi o medicine. I volontari non mollano e chiamano la Questura.
«Niente di che – commenteranno – cose all’ordine del giorno».
Ciccio, intanto, studia.
La mattina va a scuola, il pomeriggio vive in un ipermercato in attesa che Abfo apra il centro alle 20.
Come Ciccio, l’intera famiglia vaga di giorno e rientra di sera, ospite dei volontari in attesa che i genitori ritrovino un lavoro.
La casa, ovviamente, verrebbe da sè.
É la nuova frontiera della povertà, varca il confine dell’emarginazione urbana che si sta ingoiando le certezze di chi, sino a pochi anni fa, magari sedeva in salotto per guardare la tv.
E oggi deve contare i minuti in un supermercato, si trascina le ore lungo strade piene di gente in cui viene facile sentirsi da soli.
Abfo raccoglie anche questo, oramai: l’istanza di tarantini alle corde, nuclei normali che hanno perso la pace (ma non la dignità!), sorrisi spenti di adolescenti che non hanno niente da invidiare ai loro coetanei se non questo provvisorio destino. E genitori stanchi di elemosinare un diritto.
Hanno tutti un tesserino alla «Codignola».
Per ognuno degli ospiti, più di 50 per notte («ma i letti non bastano più» ci spiegano gli Occhinegro) gli assistenti sociali hanno un progetto.
L’obiettivo, dopo tre mesi, è il reinserimento nel tessuto sociale. L’Abfo ha studiato le prassi di un collocamento di fatto. A volte riesce, altre no.
Dalle 20 alle 8 del mattino, due volontari presidiano il sonno dei «senza fissa dimora». Il pomeriggio, dalle 16 alle 20, Abfo (Associazione Benefica Fulvio Occhinegro) destina tempo e risorse (umane, professionali) alla famiglia grazie all’impegno di assistenti sociali, psicologici e avvocati.
La colonia più vasta è quella dei ragazzi africani.
Arrivano dalla Nuova Guinea, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio, dal Ciad. Sono sbarcati tutti a Lampedusa, o giù di lì. Hanno pagato il loro viaggio (dai 500 ai 1000 euro) e hanno lasciato sulla banchina tutto quello che avevano.
Tra loro, tanti diplomati e tempo fa anche due medici.
Tutti o quasi girano per le strade di Taranto elemosinando spiccioli. Sono educati, vestono sportivo, sorridono anche se hanno poco da ridere. Salutano guardando negli occhi.
Nuri è uno di loro. Ha lo sguardo dolce, parla a bassa voce, ha il fisico da atleta, non sa quando è nato, viene dal Ciad, hanno ucciso suo padre, è fuggito per non morire sotto il tiranno di turno.
E’ stato sette anni in Libia, da appena tre gira per lo Stivale.
Chiede solo «una vita tranquilla», Nuri che ogni tanto telefona in Ciad e chiede a sua madre se i suoi fratelli siano ancora vivi.

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