Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

 

 
Centosettantaquattro morti «riconducibili» alle emissioni dell’acciaieria Ilva di Taranto. Sono questi i numeri forniti nelle perizie che hanno portato il Gip Patrizia Todisco del Tribunale di Taranto al sequestro dell’area a caldo dell’acciaieria più grande d’Europa. I tre consulenti, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, che hanno realizzato le perizie scientifiche, scrivono: «L’esposizione agli inquinanti emessi ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi che si traducono in malattia o morte».

La concentrazione delle sostanze tossiche è maggiore nei quartieri Tamburi e Borgo, quelli più vicini alle ciminiere, dove la  mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città. Nell’area di Taranto, è scritto nel decreto di sequestro, «si registrano significativi eccessi di tumori polmonari e vescicali, per i quali l’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici costituisce un importante fattore di rischio». E nel caso dei tumori polmonari «si riporta anche un’associazione significativa con la distanza della residenza dall’area dello stabilimento siderurgico». La categoria maggiormente a rischio sarebbe quella «rappresentata dai bambini». Le sostanze inquinanti causano, secondo quanto scritto nelle perizie, «effetti avversi sulla salute infantile e sulla gravidanza».

Ma quali sono i veleni di Taranto? Eccoli, uno per uno.

Metalli pesanti
Come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Tribunale di Taranto, nell’aria della città pugliese è stata rilevata la presenza di «composti inorganici aerodispersi prevalentemente a base di ferro e ossidi di ferro (materia prima essenziale nei processi siderurgici)», oltre che di metalli pesanti tossici tra cui l’arsenico. La presenza dei metalli si rileva soprattutto nelle aree adiacenti il parco minerale, dove sono state individuate anche tracce di piombo, vanadio, nichel e cromo. La composizione di questi metalli, scrivono i magistrati, si può riscontrare «nelle varie frazioni granulometriche, dalla più grossolana (imbrattante) a quella più fine (nociva)». Si tratta sia di metalli dispersi nell’aria, sia depositati sulle pareti dei palazzi dei quartieri Tamburo o Borgo e sull’asfalto.

Tra i metalli di cui sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia, ci sono molibdeno, nichel, piombo, rame, selenio, vanadio, zinco e platino. Tutti elementi che «possono innescare infiammazioni, effetti cardiovascolari, renali» e che «causano danni al Dna e alterano la permeabilità cellulare inducendo la produzione di specie reattive dell’ossigeno nei tessuti». Con l’esposizione ai metalli pesanti sono state messe in relazione anche malattie neurologiche e renali. In particolare, il manganese è stato associato alle malattie neurologiche, mentre cadmio, piombo e cromo alle patologie renali.

Secondo uno studio presentato a Oxford, sarebbe stata certificata anche «la presenza di piombo nelle urine dei tarantini». Su 141 soggetti analizzati (67 uomini e 74 donne), il valore medio del piombo urinario riscontrato nelle analisi è stato di 10,8 microgrammi/litro, mentre i valori di riferimento sono fissati, per la popolazione non esposta, in un intervallo che va da 0,5 a 3,5 microgrammi per litro.

Le polveri contenenti i metalli sono risultate superiori di 25,1 volte al valore minimo(1mg/Nm3) e 1,7 volte al valore massimo (15 mg/ Nm3). Ecco i metalli per i quali sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia di rilevabilità strumentale:

PM10 e PM2,5 (Particulate Matter o materia particolata)
La materia particolata è una miscela di elementi metallici e composti chimici organici e inorganici dotati di differente tossicità per l’uomo. Il 10 o il 2,5 dopo l’acronimo Pm identificano il diametro delle particelle, 10 o 2,5 millesimi di millimetro. Nelle perizie la materia particola viene definita come «inquinante tossico di per sé». L’effetto dannoso dipende dalla composizione del Pm. La soglia massima prevista è di 20 millesimi di grammo di Pm10 per metro cubo. Ma, come scritto nelle perizie, attorno alla scuola elementare Grazia Deledda, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti Ilva, i livelli di Pm10 superano anche «la soglia di 50 millesimi di grammo per metro cubo».

La nocività delle polveri sottili dipende dalle dimensioni delle particelle e dalla capacità di raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio. Le particelle più grosse vengono filtrate dal naso e dalle prime vie respiratorie, mentre le particelle più piccole possono raggiungere i bronchioli terminali e gli alveoli. Depositandosi quindi nei polmoni.

Nella sola area attorno alla cokeria, l’emissione delle polveri registrata sarebbe di 267 grammi per ogni tonnellata di coke, superiore di 17 volte rispetto al valore minimo (15,7 grammi per tonnellata di coke). Ma le concentrazioni nmon sarebbero rilevanti di per sé. È la presenza della materia particolata a causare danni. I risultati dell’analisi mostrano infatti che «per ogni incremento di 10 μg/m3 del Pm10 si osserva un aumento della mortalità pari allo 0.6% e le stime sono simili o più elevate per la mortalità cardiovascolare e respiratoria».

Nelle perizie viene documentato infatti un «aumentato rischio di morte per cause cardiovascolari e respiratorie e per cancro polmonare parallelo all’esposizione nel corso della vita alla componente particolata dell’inquinamento atmosferico». A essere colpiti sono soprattutto i bambini, esposti all’«insorgenza di asma e allergie». Altri studi suggeriscono anche che «l’esposizione al particolato, specie quello ultrafine, può avere un impatto sul cervello e può portare al deterioramento cognitivo e demenza di Alzheimer».

Tra le altre conseguenze, ci sono sia effetti acuti che cronici. Tra i primi, l’aggravamento dei sintomi respiratori e cardiaci in soggetti malati, le infezioni respiratorie acute, crisi di asma bronchiale, disturbi circolatori e ischemici, fino alla morte. Gli effetti cronici sono di tipo respiratorio e cardiovascolare e si presentano come conseguenza di una esposizione di lungo periodo e comprendono sintomi respiratori cronici quali tosse e catarro, diminuzione della capacità polmonare, bronchite cronica, aumento della patologia cardiocircolatoria con aumento della pressione arteriosa, aumento nella frequenza di malattie ischemiche (esempio, angina pectoris) e cerebrovascolari (esempio, attacco ischemico transitorio) con la comparsa di vari eventi acuti coronarici (infarto del miocardio, angina instabile) e cerebrovascolari (ictus).

Il numero di decessi e malattie riconducibili all’eccessiva presenza di Pm10 è elevato: «Per citare alcuni dati della tabella, nei 13 anni di osservazione sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache. Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per
anno). L’esposizione a Pm10 primario di origine industriale (in grande prevalenza proveniente dalle sorgenti convogliate del complesso siderurgico) è associata in modo coerente con un aumento della mortalità complessivo e con la mortalità e morbosità per cause cardiovascolari (in particolare la malattia ischemica), respiratorie, neurologiche e renali».

 

Gas (NO2, SO2)
Attraverso le “torce” dell’acciaieria, si legge nelle perizie, l’impianto avrebbe smaltito «abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi». Le sostanze inquinanti aerodisperse con un impatto negativo «rilevante» sulla salute dell’uomo, e in modo specifico sull’apparato respiratorio raggiunto per via inalatoria, sono gli ossidi di zolfo, in particolare SO2, e gli ossidi di azoto, in particolare NO2. A questi si aggiungono l’ossido di carbonio, gli idrocarburi aromatici policiclici e il particolare totale sospeso.

L’esposizione al diossido di azoto, NO2, nell’area di residenza è associata a sintomi di bronchite anche negli adulti. Il composto è un forte irritante delle vie polmonari: provoca tosse acuta, dolori al torace, convulsione e insufficienza respiratoria. I danni ai polmoni si possono manifestare anche molti mesi dopo l’esposizione. Il diossido di zolfo, SO2, o anidride solforosa, è un gas irritante per gli occhi e per il tratto respiratorio. Per inalazione può causare edema polmonare e una prolungata esposizione può portare anche alla morte.

Ecco le percentuali rilevate a Taranto: 

 

Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa)
Sono un gruppo di composti chimici simili per struttura, formati da più anelli aromatici condensati in una struttura piana. Tra i più tossici: antracene, acenaftene, benzo(a)pirene, benzo(j)fluorantene, fenantrene, crisene. Vengono prodotti dai processi di combustione di sostanze organiche quali carbone, petrolio e suoi derivati, inceneritore di rifiuti e impianti industriali. Possono essere presenti nell’aria in fase gassosa ma possono anche aderire al particolato atmosferico e venire trasportati dalle correnti d’aria anche a grandi distanze e veicolati in casa da abiti e scarpe. Vengono assorbiti per via inalatoria sia in fase gassosa sia come particolato ma anche attraverso la pelle. Dopo l’assorbimento vengono rapidamente distribuiti a livello epatico, intestinale, polmonare e nel tessuto adiposo e mammario nonché a livello surrenalico e delle gonadi. Sono in grado di oltrepassare la placenta in seguito a esposizione inalatoria, cutanea e orale.

L’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici può causare il cancro alla pelle e al polmone. Il benzo(a)pirene, in particolare, risulta tra i cancerogeni certi, classificato come «cancerogeno per l’uomo» mentre gli altri Ipa sono considerati possibili cancerogeni. Queste sostanze possono interferire con il sistema immunitario, causare un aumento di asma e rinite allergica.

 

 

Benzene
È un idrocarburo aromatico monociclico a sei atomi di carbonio. Si genera da processi di combustione incompleta di composti ricchi di carbonio. Questi processi possono essere naturali o causati dall’uomo (produzione di carbon coke nell’industria dell’acciaio, processi di distillazione del petrolio e del carbon fossile). L’assorbimento del benzene avviene quasi esclusivamente attraverso le vie respiratorie e gli effetti sull’organismo umano variano a seconda della quantità e del tempo di esposizione: brevi esposizioni di 5-10 minuti a livelli molto alti di benzene nell’aria (10000-20000 ppm) possono condurre alla morte; livelli di concentrazione più bassi (700-3000 ppm) invece causano giramenti di testa, sonnolenza, aumento del battito cardiaco, tremori, confusione e perdita di coscienza. Il benzene inoltre causa irritazione di pelle e mucose (oculare e respiratoria in particolare). Gli effetti tossici sono dovuti a esposizioni croniche, ambientali o professionali per tempi molto lunghi e a basse concentrazioni.

Il benzene rientra tra le sostanza cancerogene certe, grazie a evidenze scientifiche che ne dimostrano l’associazione, in seguito a esposizione professionale, con leucemie acute non linfoidi, e in particolare leucemia mieloide acuta (alle sostanze volatili organiche, tra cui il benzene, è, infatti, riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori del sangue, in particolare la leucemia). Sono in corso di accertamento numerose associazioni con altri tipi di tumori. L’effetto cancerogeno è dovuto alla sua capacità di inserirsi all’interno della catena del Dna, modificandone la struttura e di conseguenza i “comandi” cellulari, come la sintesi di proteine e la riproduzione cellulare incontrollata.

 

Diossine

Sono una classe di composti organici eterociclici. Comprendono un gruppo di 210 composti aromatici clorurati classificabili in due grandi famiglie: le PoliCloroDibenzoDiossine (Pcdd) e i PoliCloroDibenzoFurani (Pcdf), che hanno struttura chimica, azione biologica e proprietà fisiche simili. Rientrano in questa classe anche i PoliCloroBifenili, Pcb, o diossina-simili (o Pcb-dl dioxine like) per le proprietà tossicologiche comuni.

Sono il sottoprodotto di processi chimici e di combustione di materiali contenenti cloro in difetto di ossigeno, a temperature inferiori a 800 gradi. Una volte immesse nell’atmosfera possono essere trasportate anche a grandi distanze, depositandosi su suolo, acque e nei sedimenti, e rimanendo lì per decenni. Il pericolo maggiore è la possibilità di entrare nella catena alimentare. Gli animali, nutrendosi di vegetazione contaminata, tendono a concentrare la diossina nel grasso, nelle loro carni e nel latte. Si noti anche l’importante eccesso di tumori dei tessuti molli osservato nella valutazione dell’esposizione a diossine. Per queste associazioni tra lavoro in siderurgia e comparsa di tumori esiste una vasta evidenza scientifica.

Nello stabilimento dell’Ilva il punto di maggior emissione di diossine è il camino E312 dell’agglomerato, il più alto – 220 metri – dei camini dell’Ilva (e tra i più alti tra quelli utilizzati in altri grandi sinterizzatori europei, in genere di altezza uguale o inferiore a 150 metri). La portata del camino è di circa 3 milioni di metri cubi per ora. La soglia massima consentita per la somma di Pcdd e Pcdf è di 0,4 nanogrammi TEQ su metro cubo (ng TEQ/Nm3).

Le diossine sono tra le sostanze cancerogene del gruppo 1, quelle con provata attività tumorale. Alle diossine è riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori nel loro complesso, per i tumori del tessuto linfoematopietico (linfoma non-Hodgkin) e per i tumori del tessuto connettivo, come i sarcomi dei tessuti molli. Oltre a questo, le diossine hanno un effetto negativo su sistema immunitario, fegato e cute, e un’azione mutagena ed embriotossica. Le manifestazioni acute da diossine comprendono la cloracne, l’endometriosi, l’infertilità maschile, la disregolazione del sistema immunitario, le alterazioni nervose e comportamentali e le interferenze endocrine.

«Le analisi e i monitoraggi condotti nel corso dell’indagine alle emissioni dell’Area
agglomerazione e in particolare all’emissione denominata E312 “agglomerazione Agl2” hanno
evidenziato valori di inquinanti Pcdd/Pcdf al di sotto dei valori limite previsti», si legge. Ma qualsiasi siano le quantità di diossine riscontrate dai campionamenti, non ha senso parlare di «limiti alti, bassi o medi. La diossina comunque non dovrebbe esserci trattandosi di sostanza gravemente dannosa per la salute
umana, animale e vegetale». Questa quantità dovrebbe essere zero. «Più ci si discosta da questo valore, più aumentano le probabilità che un certo numero di individui possano morire. Con l’aumentare della quantità non aumenta la tossicità, ma il numero di morti».

Amianto

È un minerale con struttura fibrosa, molto comune in natura. In passato è stato usato in grandi quantità nell’industria, nell’edilizia e nei trasporti, per il basso costo di lavorazione e la resistenza al calore e al fuoco (nome commerciale Eternit). La legge n.257 del marzo 1992 ne vieta l’utilizzo in Italia, a causa della pericolosità per la salute pubblica dovuta alla natura fibrosa del minerale. Il rischio principale legato all’amianto è dovuto alla dispersione delle fibre in aria e nel suolo, a causa di una ridotta compattezza dei manufatti in amianto dovuta sia all’usura del tempo (alcuni decenni) o degli agenti atmosferici, sia al danneggiamento a opera dell’uomo. Anche a bassissime concentrazioni, la fibra d’amianto può provocare patologie, prevalentemente dell’apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare, mesotelioma).

Se inalato è molto pericoloso perché le sue fibre si dividono longitudinalmente e mantengono una forma ad “aghi” anche alle dimensioni ridotte di alcuni centesimi di micron. Una volta nel sistema respiratorio, le fibre si concentrano nei bronchi, negli alveoli polmonari e nella pleura, e proprio come una lamina appuntita possono “trafiggere” le mucose provocando danni irreversibili ai tessuti. Possono disperdersi anche a notevole distanza dal luogo di origine.

I maggiori livelli di rischio si sono riscontrati negli ambienti di lavoro dove l’amianto veniva manipolato (produzione di cemento-amianto, spruzzatura di edifici o di mezzi di trasporto come i treni e le navi, produzione di tessuti, ecc.) e negli ambienti di vita dove è presente amianto spruzzato in cattivo stato di conservazione.

Gli effetti nocivi che si manifestano in seguito all’inalazione di amianto sono dovuti all’instaurazione di meccanismi irritativi, degenerativi e cancerogeni. Tutti i tipi di amianto sono classificati tra gli agenti cancerogeni umani certi (Gruppo 1). Oltre che per la pleura, le neoplasie possono riguardare il polmone, la laringe, il peritoneo, il pericardio e il testicolo e, seppur con evidenza limitata, l’ovaio, il colon-retto, lo stomaco e la faringe.

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